Vulvodinia: di cosa si tratta?

La vulvodinia è una condizione patologica caratterizzata da dolore cronico alla vulva che interferisce con la qualità della vita. Il dolore può essere generalizzato o localizzato in un punto specifico della regione vulvare.

Il dolore può essere inoltre:

  • provocato: se si verifica solo in seguito a stimoli.
  • spontaneo: se si verifica anche in assenza di uno stimolo specifico.

Il dolore ed il fastidio sono quindi INDIPENDENTI dal rapporto sessuale.

Circa il 15-16% delle donne di età compresa tra i 18 e i 60 anni ne soffre, nonostante ciò, le cause scatenanti sono ancora poco chiare, ma i fattori che ne determinano la comparsa sono diversi:

  • predisposizione genetica;
  • infezioni batteriche;
  • ipersensibilità localizzata e causata da candida;
  • suscettibilità a infiammazioni croniche;
  • lesioni del nervo pudendo;
  • debolezza o spasmi del pavimento pelvico;
  • sbalzi ormonali;
  • un abbigliamento troppo aderente.

Una volta escluse tutte le altre possibili cause di dolore e bruciore vulvo-vaginale, l’unico modo per diagnosticare la vulvodinia è lo SWAB TEST, che consiste nell’uso di un bastoncino di cotone con il quale viene esercitata una lieve pressione su tutta l’area della vulva. Il test risulta positivo quando la donna avverte bruciore, dolore o sensibilità alterata.

Esiste una cura?

Sono necessarie una combinazione di terapie che generalmente mirano ad alleviare i sintomi. Tra le opzioni di cura possono essere prescritti antidolorifici o creme ad azione anestetica locale. Qualora vi sia un’alterazione spastica della muscolatura perineale-vulvare si può ricorrere alla ginnastica pelvica associata a farmaci miorilassanti.

Anche alcuni atteggiamenti precauzionali possono essere utili per ridurre l’irritazione vulvare:

  • evitare sport ad alto impatto fisico, che stimolano la zona vulvare (bicicletta, spinning, equitazione) e i muscoli pelvici (aerobica, pilates);
  • preferire invece yoga, training autogeno, rilassamento profondo;
  • evitare di trattenere urina e feci;
  • limitare l’uso di antibiotici;
  • preferire l’abbigliamento intimo in cotone, meglio se bianco e non colorato;
  • indossare pantaloni ampi;
  • optare per assorbenti in cotone;
  • evitare detergenti profumati e lavande.

Va sottolineato che per alleviare in modo significativo i sintomi potrebbero servire settimane, se non addirittura mesi.

Vaginismo: che cos’è e come si manifesta?

Il vaginismo è un disturbo sessuale sia a livello fisico-psicosomatico che a livello psicologico ed emotivo.

Si manifesta con spasmi involontari del terzo esterno della vagina e dei muscoli perianali che non permettono la penetrazione o comunque la rendono difficile e dolorosa, andando a determinare dispareunia, definita in medicina come un  dolore che la donna avverte nell’area vulvo-vaginale durante i rapporti sessuali.

Sono spesso presenti un evitamento fobico e una paura anticipatoria del dolore.

Le cause sono sconosciute, alcune ipotesi sono da imputare a traumi passati, abusi, problemi psicologici o ad una educazione eccessivamente rigida.

Per classificare il vaginismo è necessario valutare l’intensità dello spasmo muscolare e la diversa reazione da parte della donna al tentativo di penetrazione, esistono infatti gradi diversi di vaginismo dal più lieve (grado 1) al più grave (grado 5).

Vulvodinia e vaginismo: sono la stessa cosa?

Le due condizioni vengono spesso confuse e nella maggior parte dei casi la diagnosi non è tempestiva o corretta.

Entrambe sono classificate come disturbi da dolore sessuale però esistono differenze sostanziali tra un quadro e l’altro.

Nel caso della vulvodinia c’è dolore effettivamente percepito rendendola così la prima causa di dispareunia femminile, inoltre, possono manifestarsi scarsa lubrificazione e calo del desiderio. Mentre, nel vaginismo la donna non riesce ad avere la penetrazione a causa della paura innata di provare dolore durante l’attività sessuale, mantenendo però intatte libido e lubrificazione.

Fare una diagnosi differenziale tra vaginismo e vulvodinia è fondamentale in quanto il trattamento è personalizzato e mirato alla gestione di aspetti sessuali, psichici e relazionali estremamente diversi.
Nel momento in cui viene fatta la diagnosi corretta, la donna deve diventare parte attiva nella risoluzione del problema. Infatti, molte di loro, prima di ottenere una risposta adeguata, si sono dovute rivolgere a diversi specialisti, altre hanno rinunciato a ottenere una diagnosi per i tanti pregiudizi che ancora avvolgono queste condizioni. Per cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica su queste patologie invalidanti, negli ultimi anni sono nate diverse associazioni che promuovono la ricerca e supportano le donne sia dal punto di vista psicologico che economico. Purtroppo, in Italia le strutture pubbliche specializzate sono ancora poche e non se ne parla abbastanza.

Vorrei una gravidanza: cosa posso fare?

Nella ricerca di una gravidanza si consiglia alla coppia di avvalersi dell’aiuto di un professionista sessuologo e/o un medico/ ginecologo competente in materia.

È necessario come primo step affrontare insieme al professionista lo stigma, soffermandosi soprattutto sull’impatto psicologico alla base di questi disturbi.

Successivamente, affrontati gli aspetti fisici, sarà possibile individuare il percorso migliore da intraprendere per realizzare il sogno di diventare genitori.

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